Audizione del Presidente Corrado Calabrò sull’indagine conoscitiva “Media e minori”
Commissione Parlamentare per l’Infanzia
Autorità per le garanzie nelle comunicazioni
Audizione del Presidente Corrado Calabrò
sull’indagine conoscitiva “Media e minori”
Roma, 30 ottobre 2008
Onorevole Presidente, onorevoli Deputati e Senatori,
Vi ringrazio per aver dato all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni l’opportunità di fornire il proprio contributo alla vostra riflessione sulla tutela dei minori nel loro rapporto con i media.
Le immagini televisive orientano l’opinione pubblica, suscitano consensi e dissensi, determinano scelte politiche, economiche, finanziarie. Ma sono i bambini quelli che subiscono, più di tutti, l’influenza della TV.
Oggi, grazie all’evoluzione tecnologica, gli scenari che eravamo abituati a vedere stanno progressivamente cambiando con il potenziamento dell’interattività e della multimedialità.
Il che, però, non attenua ma rafforza l’esigenza di una tutela specifica e efficace di tale categoria di telespettatori ipersensibili. Esigenza ch’è sancita a livello internazionale, comunitario e nazionale, ma che i nuovi scenari rendono tecnicamente più difficile perché con le nuove tecnologie entriamo in un terreno meno conosciuto, dove le regole sono ancora da definire ed è difficile farle rispettare.
Le nuove generazioni sono nate e cresciute con la televisione accesa.
Oggi, peraltro, la multimedialità è il comportamento emergente tra i giovani: l’uso dei vecchi media (la radio e la televisione) si integra con quello dei nuovi media (la pay-tv, Internet, il PC, il videofonino, l’I-Pod) ed entra sempre più a far parte del quotidiano delle famiglie. E tra i bambini e i giovani l’uso delle nuove tecnologie è molto più diffuso che tra gli adulti. I ragazzi utilizzano i media in “libertà” e con autonomia: si appropriano della Tv in tutte le ore, la mattina appena alzati, il pomeriggio, la sera; al contrario degli adulti, più legati ad orari ed eventi standardizzati. Nella sua “cameretta” il bambino si trova al centro di una rete di informazioni: il pc sulla scrivania, la consolle sulla sinistra, l’I-pod che sta scaricando canzoni, il telefonino a portata di mano.
Come ha osservato Umberto Galimberti, “la casa reale, con le sue quattro mura e i suoi quattro mobili, è ridotta a un container per la recezione del mondo esterno via cavo, via telefono, via etere, e quanto più il lontano si avvicina, tanto più il vicino, la realtà di casa, quella familiare, si allontana e impallidisce. Le conseguenze non sono da poco. Se il mondo viene a noi, noi non «siamo-nel-mondo» come vuole la famosa espressione di Heidegger, ma semplici consumatori del mondo. Il mezzo ci rende spettatori, non partecipi né attori di un evento”.
Un sano, equilibrato e completo sviluppo mentale, fisico e morale è un diritto del minore riconosciuto dall’ordinamento giuridico nazionale e internazionale.
L’articolo 31 della nostra Costituzione impegna la comunità nazionale, in tutte le sue articolazioni, a proteggere l’infanzia e la gioventù.
La “Convenzione sui diritti del fanciullo” approvata dall’ONU nel 1989 e divenuta legge dello Stato nel 1991, impone a tutti di collaborare alla creazione delle condizioni utili a garantire ai minori una vita autonoma nella società e fa divieto di sottoporli a interferenze arbitrarie o illegali nella propria privacy e comunque a forme di violenza, danno, abuso mentale, sfruttamento.
Anche l’Unione europea riconosce nella protezione dei minori da contenuti nocivi per il loro sviluppo psichico e morale un interesse pubblico fondamentale, nel cui rispetto deve esplicarsi il diritto alla libertà di espressione. Tale obiettivo deve essere perseguito dagli Stati membri con l’adozione di adeguate misure, come stabilito dalla direttiva “Tv senza frontiere” (89/522/CEE) e come confermato dalla nuova direttiva “Servizi Media e Audiovisivi” (2007/65/CEE), il cui iter di recepimento è già iniziato.
Un approccio organico alla tutela del minore nel suo rapporto con i media alla luce dell’evoluzione tecnologica implica che non solo i bambini, ma anche i loro genitori, insegnanti e formatori, imparino ad utilizzare al meglio i servizi audiovisivi nelle forme evolutive, come raccomanda l’Unione europea[1].
Al disorientamento da mancanza di formazione può aggiungersi il fuorviamento indotto.
L’enorme ampliamento delle possibilità di circolazione di contenuti (programmi televisivi, immagini, audio, audiovideo, chat, giochi, etc.) dovuto alla diffusione delle nuove tecnologie di trasmissione e allo sviluppo della convergenza delle piattaforme e dei media (televisione, Internet, terminali mobili di videofonia), comporta l’enorme facilità per ragazzi e adolescenti minorenni di accedere anche a contenuti nocivi per il loro sviluppo psico-fisico e morale.
Per il settore televisivo c’è un insieme di regole legislative, prevalentemente rivolte alla televisione tradizionale ed improntate a un sistema di divieti in “negativo” piuttosto che di norme “in positivo”.
C’è il codice di autoregolamentazione Tv e minori adottato nel novembre 2002, il quale ha assunto cogenza di legge per effetto delle norme contenute nella legge n. 112 del 2004[2], trasfuse nel Testo unico della radiotelevisione[3], la cui applicazione è affidata al Comitato Tv e minori.
Ci sono poi il codice Internet e Minori, che risale al 2003, e il codice di autoregolamentazione dei gestori di telefonia mobile del 2004, i quali, però, a differenza del Codice Tv e minori, costituiscono iniziative volontarie delle imprese che hanno adottato indirizzi comuni, la cui violazione non è sanzionabile da parte delle Istituzioni.
Nella passata legislatura il Ministero delle comunicazione aveva elaborato una bozza di codice di autodisciplina “Media e Minori”, che organizzava un nuovo sistema di regolamentazione dei quattro ambiti di riferimento (televisione, internet, telefonia e videogiochi), finalizzato a una maggiore tutela dei diritti dei minori nel campo delle comunicazioni e ad una sistemazione organica della materia alla luce dell’evoluzione tecnologica dei media. Ma è rimasto allo stadio embrionale.
Anche la nuova direttiva “Servizi Media e Audiovisivi” ha individuato un complesso minimo di norme coordinate da applicare ai contenuti diffusi da tutti i media audiovisivi - lineari e non lineari - , in particolare per quanto riguarda la tutela dei minori. Ai servizi lineari è riservata l’applicazione di norme più rigide, in quanto destinati al grande pubblico e perciò suscettibili di produrre un più forte impatto sociale.
Il principio fondamentale al quale devono ispirarsi tutte le forme di comunicazione regolate dalla Direttiva è rappresentato dalla tutela della dignità della persona che, in relazione alla tipologia di servizio audiovisivo lineare o non lineare, gode di differenti gradi di protezione finalizzati a salvaguardare l’integrità psicofisica e morale dei minori.
Innovando rispetto alla precedente versione del 1997, la nuova Direttiva, in un’ottica di prevenzione delle patologie derivanti da regimi alimentari inadeguati, impegna gli Stati membri anche a stimolare la redazione, da parte dei fornitori di servizi di media audiovisivi, di codici di condotta concernenti le pubblicità che accompagnano i programmi per bambini relative a prodotti alimentari o bevande contenenti sostanze la cui assunzione eccessiva non è raccomandabile.
Il problema sussiste. Secondo un’indagine dell’Osservatorio di Pavia (in collaborazione con l’Università di Roma Tre) ogni cinque minuti i bambini italiani subiscono uno spot alimentare.
Bibite, merendine, patatine, cibi precotti, gelati, rispondono e sollecitano gli stimoli dell’appetito. Il desiderio, più che il bisogno, di mangiare viene continuamente provocato da situazioni accattivanti, che mostrano come uno snack, una merendina, una bibita apportino gratificazione, approvazione e presenza affettuosa dei genitori.
E questo sebbene in Italia (a differenza di altri Paesi: Germania, Francia, Olanda) sia vietata la trasmissione di spot all’interno di programmi specificamente rivolti ai bambini.
I genitori gradiscono che i loro figli se ne stiano appagati a sgranocchiare patatine e biscotti mentre guardano la televisione. Così hanno meno problemi (e meno rimorsi) per il fatto di non essere accanto a loro.
Gli spot pubblicitari di prodotti che interessano gli adulti non si rivolgono poi solo agli adulti, hanno come target indiretto anche i bambini.
Non si tratta solo di prodotti alimentari ma di gadget vari, tra cui i prodotti elettronici assumono sempre maggiore importanza.
I bambini interessano i pubblicitari sotto un triplice aspetto: 1) in quanto destinatari diretti di alcuni prodotti; 2) in quanto induttori di acquisti da parte degli adulti, 3) in quanto futuri adulti acquirenti.
Al di là delle loro numerosità, è l’aspetto accattivante, rassicurante, degli spot indirizzati, direttamente o indirettamente, ai bambini che dà da pensare per la loro suggestività: il prodotto pubblicizzato viene infatti presentato in un ambiente familiare rasserenante in cui un adulto (quasi sempre la mamma) porge al bambino (o magari al proprio fidanzato) l’alimento che fa venire l’acquolina in bocca. Per i prodotti elettronici invece spesso è il padre o un compagno: persone tutte con un ruolo importante nel mondo dei bambini, la cui influenza è in re ipsa.
Sia le emittenti private che la concessionaria pubblica trasmettono pubblicità del genere, ancorché le inserzioni delle emittenti private siano più frequenti di quella pubblica.
Il fenomeno non è dissimile in Europa: differiscono solo le caratteristiche della pubblicità, impostata più su enunciati razionali in qualche Paese come la Germania, più sulla suggestione –a volte addirittura subliminale- in altri Stati, come il nostro.
Più suggestiva di tutti è la pubblicità indiretta, cioè quella proveniente dalla visione dell’uso di prodotti in film, cartoni animati, ecc. Proprio per la sua suggestività essa è vietata nelle trasmissioni destinate ai bambini; come pure è vietato che i personaggi dei cartoni animati facciano pubblicità immediatamente prima o dopo la trasmissione del filmato.
I videogiochi costituiscono per i ragazzi la principale porta di ingresso all’apprendimento delle nuove tecnologie e potrebbero quindi essere utilizzati per veicolare e diffondere valori positivi, oltre che la conoscenza informatica, concorrendo così concretamente alla tutela del sano ed armonico sviluppo psico-fisico e morale dei minori.
Giocare con i videogiochi è divenuto oggi un costume di massa, soprattutto a fronte dell’evoluzione delle piattaforme “di ultima generazione” che offrono non più soltanto giochi ma intrattenimento multimediale, in ambienti nei quali è possibile anche navigare in Internet o vedere DVD, tanto che l’età media dei giocatori va progressivamente aumentando; si è così sviluppata un’offerta di contenuti per giocatori adulti che rende necessario apprestare idonee forme di tutela, affinché gli utenti minorenni non entrino in contatto con contenuti potenzialmente nocivi per il loro equilibrato ed armonico sviluppo.
Un mercato che nel 2007, a livello globale, vale 24 miliardi di euro, per 25 milioni di utenti e che in Italia ha registrato un giro di affari di oltre 1 miliardo di euro con un tasso di crescita del + 39,9% rispetto al 2006.
A livello europeo già dal 2003 risulta adottato un sistema di classificazione dei videogiochi, denominato Pan European Game Information (PEGI), che utilizza cinque categorie in base all’età [4], tenendo conto dei seguenti aspetti: linguaggio scurrile, discriminazione, droghe, paura, gioco d’azzardo, sesso, violenza.
Il sistema, supportato dai principali produttori di giochi elettronici in tutta Europa e messo a punto dalla Federazione europea del software interattivo, è sostenuto dalla Commissione Europea che lo considera un modello di armonizzazione nel settore della protezione del minore.
Nella passata legislatura è stato avviato un progetto di legge relativo all’introduzione nel nostro Paese di un sistema di classificazione obbligatorio dei videogiochi, utilizzando il sistema di autoregolamentazione europeo riconosciuto, o comunque un sistema di analoga garanzia. Si prevedeva anche un controllo ex post da parte delle istituzioni preposte: Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione media e minori e Agcom, ciascuna nell’ambito di distinte competenze.
Peraltro è evidente la difficoltà pratica di evitare poi che i bambini, i ragazzi e i minorenni fruiscano di videogiochi destinati ad altre categorie di utenti.
Tale difficoltà diventa poi impossibilità quando i videogiochi provengano da aree esterne dell’Unione europea. Ripetutamente, in occasioni di recenti segnalazioni, abbiamo scoperto che alcuni videogiochi di tipo assolutamente sconsigliabile provenivano da Paesi asiatici, i quali non sottostanno alle regole dell’Unione europea.
Per quanto riguarda Internet, il progetto di nuovo codice di autoregolamentazione “Media e Minori”, sviluppato dall’allora Ministero delle comunicazioni in un’ottica di “convergenza”, poneva il problema dei minori anche sulla rete Internet.
L’obiettivo di un Codice allargato ai nuovi media è tanto condivisibile quanto difficilmente realizzabile. Con l’avvento delle nuove tecnologie digitali la regolamentazione – quanto meno nei suoi principi generali tra cui rientra la tutela dei minori e della dignità umana – deve indubbiamente essere allargata anche agli ambiti delle nuove tecnologie , dato che queste sono i nuovi contenitori del prodotto televisivo e, oltretutto, per i ragazzi sono sicuramente più attraenti della “vecchia” televisione.
Anche l’Unione europea intende promuovere misure per lottare contro ogni tipo di attività illecita sulla rete che sia nociva per i minori e per rendere Internet un mezzo molto più sicuro[5].
Ma il compito è arduo, la sfida che ci poniamo è estrema, perché la “rete” ha un ambito che travalica i confini nazionali e anche quelli europei, e anche per la concezione “iperlibertaria” con la quale Internet si è sviluppata.
A livello europeo sono molte le proposte che vengono avanzate al fine di promuovere un’utilizzazione più sicura di Internet: l’istituzione di un numero verde europeo per indicare le fonti di informazione disponibili e i sistemi di filtraggio, il raggruppamento in rete degli organismi di autoregolamentazione per valutare l’efficacia dei codici di condotta, l’introduzione di sistemi di filtraggio con un sistema di simboli di riconoscimento comuni o di messaggi di avvertimento riguardanti la fascia d’età che aiutino gli utenti a valutare il contenuto dei servizi in linea, una maggior sensibilizzazione dei genitori, degli insegnanti e dei formatori nell’apprendere e nell’insegnare l’uso delle nuove tecnologie. Ma fino ad adesso non si è formata una linea comune a tutti gli Stati.
In tale contesto, un codice di autoregolamentazione, condiviso dagli operatori, dagli utenti e dalle istituzioni, appare per il momento il minimo auspicabile e il massimo praticabile; servirebbe quanto meno a creare un quadro di riferimento per un uso meno insicuro di Internet da parte dei minori.
Ma rimane la necessità di misure più incisive a livello europeo per contrastare efficacemente le attività illecite e nocive per i minori: l’obiettivo dovrebbe essere quello di sviluppare uno spazio basato sulla libertà di espressione ma conciliato con il diritto, fondamentale, alla tutela dello sviluppo fisico, psichico e morale dei minori.
Grave e angosciante è il rischio che navigando in Internet i ragazzi possono essere agganciati da pedofili.
Ma Internet è planetario.
Data la sua pervasività, solo Paesi a regime autoritario come la Cina riescono a impedire l’ingresso di trasmissioni provenienti da Paesi non soggetti alle regole interne.
Il problema è di tale portata che non è esagerato pensare che se ne dovrebbe occupare l’ONU.
L’uso dei telefonini – secondo le ultime ricerche – demarca il passaggio dalla scuola elementare alle scuole medie. I bambini ormai usano il cellulare come un surrogato per comunicare: di fronte a uno strumento di tipo “adulto” abbiamo “bambini sempre meno bambini” e “adulti bambini”.
Secondo una recente indagine sull’uso del cellulare da parte di bambini e adolescenti[6] ben l’84% dei ragazzi tra gli 8 e i 15 anni ne possiede uno tutto suo e il primo telefonino arriva già all’età di 9-10 anni per la metà degli intervistati.
Un uso così massiccio e continuo dei cellulari induce turbative non di poco conto nella vita relazionale dei minori.
L’uso del telefonino a scuola distrae i ragazzi dall’attenzione necessaria per seguire utilmente le lezioni e, più in generale, fa venir meno la concentrazione in un’applicazione approfondita.
Il cellulare, consentendo il raggiungimento del minore in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza, lo espone anch’esso a contatti a rischio sottratti alla possibilità d’intervento dei genitori.
Ci sono stati anche episodi di grave degenerazione: ragazzine che per ricaricare il telefonino trasmettevano loro immagini fotografiche in atteggiamenti di provocazione erotica.
Siamo intervenuti in alcuni casi con la Polizia postale e abbiamo poi disposto, con la delibera n. 661/06/CONS, misure di sicurezza a tutela dei minori da applicare sui terminali mobili di telefonia.
Gli operatori, ora, sono tenuti ad adottare sistemi di protezione dei minori con dei codici a controllo parentale, analoghi a quelli previsti per la televisione ad accesso condizionato.
E’ una misura all’avanguardia se si pensa che a livello europeo – al momento – vige solo un accordo sottoscritto dagli operatori di telefonia mobile e dai fornitori di contenuti che sancisce l’impegno ad adottare misure per proteggere i minori nell’utilizzo del telefono cellulare.
I minori che utilizzano il telefonino sono anche esposti alle pratiche scorrette degli operatori che pubblicizzano gli abbonamenti a loghi e suonerie. L’Autorità, proseguendo nella sua azione mirata a rafforzare la tutela dell’utenza nelle settore delle telecomunicazioni, ha già adottato al riguardo un primo provvedimento che consente una modalità rapida per la disattivazione degli abbonamenti a servizi a sovrapprezzo, quali appunto i loghi e le suonerie, mediante una semplice telefonata al numero di assistenza clienti del proprio operatore[7].
Inoltre, nel nuovo piano di numerazione adottato a maggio di quest’anno[8], l’Autorità ha predisposto una serie di strumenti a tutela dell’utenza, quindi anche dei minori, incluso il blocco selettivo per i servizi a sovrapprezzo sui telefoni cellulari. Il nuovo sistema entrerà in vigore il 1° luglio 2009 ed è già attivo dal 1° ottobre di quest’anno il blocco selettivo sulla telefonia fissa.
L’autoregolamentazione, ch’è la strada per la responsabilizzazione dei soggetti interessati, da sola non è però sufficiente. L’esperienza pregressa ha dimostrato che è necessario anche potersi avvalere di una norma prescrittiva a cui, in caso di violazioni, corrispondano adeguate sanzioni.
La nuova Direttiva indica chiaramente questa strada laddove prevede che l’autoregolamentazione può svolgere un ruolo efficace, ma a complemento dei meccanismi legislativi ed amministrativi in vigore. L’autoregolamentazione, o, più opportunamente, la co-regolamentazione, deve poter consentire l’intervento delle istituzioni preposte alla vigilanza, qualora i suoi obiettivi non siano conseguiti.
Già nell’attuale legislazione è previsto che alla verifica dell’osservanza delle disposizioni previste dalla legge a tutela dei minori, comprese quelle del Codice Tv e minori , provvede la Commissione Servizi e Prodotti dell’Autorità “in collaborazione con il Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione TV e minori”. In caso di violazioni l’Agcom, all’esito del procedimento di accertamento, irroga le sanzioni amministrative[9] previste.
La stretta cooperazione esistente tra il Comitato e l’Autorità si sostanzia in una attività istruttoria improntata a una mutua collaborazione, ancorchè nell’ambito delle rispettive – autonome – competenze. L’Autorità, infatti, esercita il potere sanzionatorio amministrativo con efficacia coattiva; il Comitato, invece, ha un potere “suasivo”, di natura deontologica e autodisciplinare, di verifica delle (sole) violazioni del Codice , con l’effetto giuridico di imporre alle emittenti di far conoscere all’utenza televisiva la violazione commessa.
Al di là dei meccanismi di divieto (o dissuasione) a porre in essere determinati comportamenti nocivi per i minori, c’è un problema di qualità dei contenuti che sono veicolati dalla televisione e dai nuovi media. La televisione italiana, la quale nel passato ha tanto contribuito alla crescita della società – penso alla televisione degli anni ’60 che aveva mutuato dalla BBC il motto “educare divertendo”-, oggi purtroppo presenta livelli di banalità e volgarità (come i tanti reality che affollano i palinsesti delle tv in prima serata) che la collocano al di sotto di altre televisioni europee.
Abbiamo l’esempio della BBC che fornisce a tutto il mondo (Italia compresa) interessanti documentari scientifici, storici, geografici, e più in generale realizza prodotti di valido contenuto culturale (spettacoli teatrali, concerti, ma anche sportivi di cult) con destinazione di nicchia; e le nicchie a volte sono dei cenacoli.
Anche la televisione francese ha fatto grandi passi in questa direzione.
È crescente il divario tra le nostre televisioni e le migliori europee per la ricchezza di informazioni sui vari Paesi del mondo e per l’approfondimento qualificato dei temi trattati che quelle forniscono.
C’è un ritrovato interesse dei giovani per il teatro, per i concerti (anche di musica classica), per le mostre, per i musei, per la partecipazione a una qualche attività artistica. La TV dovrebbe assecondare queste tendenze. Invece la nostra televisione le ignora, preferisce insistere sul ripetitivo, quando non sul becero.
Non è nella possibilità dell’Autorità cambiare il modo di fare televisione.
Abbiamo cercato di risollevare la qualità delle trasmissioni televisive, tra l’altro favorendo l’istituzione, nel contratto di servizio, di una Commissione preposta a questo controllo. Anche l’istituzione di Qualitel – pur senza enfatizzarne la capacità taumaturgica – è un segnale che va nella giusta direzione. Ma fin quando le trasmissioni sono dominate dall’assillo di ricavi pubblicitari e questi sono connessi esclusivamente all’audience, i tentativi saranno inefficienti.
I pubblicitari infatti sono convinti che quanto più si abbassa il livello di una trasmissione tanto più ampia è l’audience.
Si innesca così una spirale perversa che diseduca il gusto dei telespettatori e degrada il livello delle trasmissioni.
Recentemente, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha effettuato una gara per l’assegnazione del 40% delle capacità trasmissive delle reti digitali terrestri a nuovi fornitori di contenuti.
Auspichiamo che da loro venga un afflusso di freschezza creativa e di generazione di contenuti di maggiore valenza culturale.
Comunque, grazie alla proficua collaborazione che si è instaurata con il Comitato TV e minori, siamo intervenuti almeno per far diminuire un inutile tasso di violenza, calmierare il turpiloquio e la rissosità che connotano alcuni tipi di trasmissione, evitare, nella fascia della televisione per tutti, l’erotismo che sconfini nella pornografia, sia che si tratti di trasmissioni analogiche, digitali o satellitari in chiaro. In questo senso è l’Atto di indirizzo sul rispetto dei diritti fondamentali della persona, della dignità umana e del corretto sviluppo dei minori nei programmi di intrattenimento, adottato con delibera n. 165/06/CSP del 22 novembre 2006.
Ad esso ha fatto seguito un secondo Atto di indirizzo sul divieto di trasmissioni che presentano scene di contenuto pornografico[10], nel quale sono state fornite le linee interpretative, desunte dalla costante giurisprudenza della Corte di Cassazione.
Ci siamo anche occupati di indirizzare[11] le emittenti a porre in atto corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni televisive, specie quando sono coinvolti i minori.
In televisione si è creato un vero e proprio foro “mediatico” alternativo alla sede naturale del processo, ove non si svolge semplicemente un dibattito equilibrato tra le opposte tesi, ma si assiste a una sorta di rappresentazione paraprocessuale che giunge fino all’esame analitico e ricapitolativo del materiale probatorio, determinando, attraverso l’immediatezza e la suggestività proprie del mezzo televisivo, una sorta di convincimento pubblico, in apparenza degno di fede, sulla fondatezza o meno di determinate ipotesi accusatorie.
In tal modo alle legittime sedi dell’esercizio della giustizia si sono sovrapposti, oscurandole, gli studi televisivi dove la “verità virtuale” può influire, se non prevalere sulla “verità processuale”; obiettivo questo destinato ad essere raggiunto solo dopo una laboriosa verifica che richiede i suoi tempi e le sue valutazioni che mal si conciliano con i ritmi e il linguaggio tipici del mezzo televisivo.
Questa corsa allo scoop, in funzione dell’audience, ha portato, in casi deteriori, a un giustizialismo emotivo e sbrigativo, talora non alieno da tratti morbosi, tanto più condannabile quando nei fatti sono coinvolti minori.
L’Autorità ha dettato alcuni principi e criteri sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive, demandando alle emittenti e ai fornitori di contenuti, con il concorso delle associazioni rappresentative della stampa e dell’Ordine dei giornalisti, la redazione di un codice per individuare regole di autodisciplina condivise e idonee a dare concreta attuazione a tali principi.
Le resistenze degli operatori televisivi alla redazione del codice sono forti, perché essi si trincerano dietro il diritto di cronaca e a quello di libera manifestazione del pensiero; ma secondo il nostro ordinamento costituzionale i principi di libertà di espressione e di opinione devono pur sempre conciliarsi con il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali, in particolare della dignità della persona e della tutela dei minori.
Ovviamente, l’attività dell’Autorità non è stata solo volta ad indirizzare le trasmissioni televisive a canoni di maggiore correttezza, ma anche a reprimere le violazioni riscontrate in esito all’attività di vigilanza svolta attraverso il monitoraggio dei programmi.
Cito alcuni casi concreti, relativi alle varie tipologie di trasmissioni.
Con riguardo ai telegiornali abbiamo sanzionato il TG5[12] per la trasmissione di un servizio sull’incidente probatorio disposto dal Tribunale in relazione ai presunti abusi sessuali subiti da alcuni bambini della scuola materna di Rignano Flaminio, sottolineando gli effetti pregiudizievoli della diffusione di tali immagini, sia per i minori coinvolti, sia per i minori spettatori, quando i mass media fanno da cassa di risonanza all’evento.
Una sanzione analoga ha riguardato il TG1[13] che ha trasmesso nel telegiornale delle ore 20,00, nell’ambito di un servizio sui “bambini soldato”,un minorenne afgano, per di più a volto scoperto, nell’atto di uccidere un prigioniero.
A tutela dei minori siamo intervenuti anche nei confronti dei programmi di intrattenimento pomeridiani (“Buona domenica” su Canale 5[14] e “Domenica In” su Rai Uno[15]); nel primo caso per aver mandato in onda un’intervista alla Sig.ra Franzoni, di particolare drammaticità, sul delitto di Cogne e nel secondo caso per una violenta lite in diretta tra i personaggi di spettacolo Antonio Zequila e Adriano Pappalardo, senza che la conduttrice Mara Venier facesse nulla per contrastare l’episodio.
Numerose sanzioni hanno riguardato, inoltre, film televisivi e cinematografici mandati in onda in fascia protetta (dalla 16 alle 19) o nella fascia di televisione per tutti ( 7,30 – 22,30) con contenuti non adatti ai minori e senza alcuna segnalazione iconografica che ne segnalasse l’inidoneità alla visione dei bambini.
Con riguardo alla pubblicità abbiamo sanzionato gli spot che utilizzavano gli stessi personaggi dei cartoni animati dei programmi trasmessi in adiacenza ad essi.
E, per quanto riguarda il contenuto dei cartoni animati, abbiamo sanzionato quelli più volgari o violenti (I Griffin, Dragon Ball). Anche i programmi sui combattimenti del Wrestling sono stati sanzionati in quanto sprovvisti di un idoneo sistema di segnalazione iconografico.
Enorme -come dicevo- è il flusso di informazioni che ci arriva via internet.
Navigare nelle reti, in Internet, nell’attuale sovrabbondanza indiscriminata dell’informazione planetaria, richiede una cultura che divide e distingue le generazioni, richiede una preparazione specifica che permetta di ordinare, delimitare, codificare il kaos mediante sistemi software progrediti, ma soprattutto attraverso la capacità ordinatrice e valutatrice della nostra mente, che deve saper selezionare nell’afflusso lutulento di informazioni, graduarle secondo criteri d’importanza e tematici, porle in sequenza, finalizzarle a un obiettivo d’apprendimento, d’informazione sistematica, di comunicazione non caotica.
Questo, ritengo, dovremmo insegnare alle nuove generazioni. Altrimenti l’eccesso confuso di informazioni porta a una nuova forma d’ignoranza, di pigrizia mentale.
“Già 50 anni fa Günther Anders ne L’uomo è antiquato sospettava che il mondo può diventare illeggibile per overdose di informazioni e l’uomo può perdere il bene più prezioso, ch’è la capacità di far esperienza.”
Internet non è un posto reale, ma può essere pericoloso quanto un parco o una foresta, posti in cui non ci sogneremmo mai di lasciare solo un bambino. Ma, se vicino a lui c’è una persona adulta e fidata, allora questi ambienti diventano fonti di apprendimento e anche di divertimento.
Infine, vorrei concludere illustrando un progetto che l’Autorità intendere sviluppare nei prossimi mesi.
L’articolo 35, comma 5, del Testo Unico della Radiotelevisione prevede che l’Autorità trasmetta alla Commissione parlamentare per l’infanzia, con cadenza semestrale, una relazione informativa corredata da eventuali segnalazioni, suggerimenti o osservazioni.
Anche al fine di rendere il più proficua possibile tale attività di segnalazione, l’Autorità ha in animo di avviare uno studio specifico che analizzi la programmazione televisiva in Italia (e l’uso dei media, vecchi e nuovi), verifichi il suo grado di qualità e se essa possa produrre effetti sui cosiddetti “comportamenti sociali”. Penso al fenomeno del “bullismo”, e a quello -recente-del consumo di alcool da parte dei minori. La televisione, infatti, propone modelli che possono indurre all’emulazione da parte dei giovani. Quindi, uno standard di qualità costituisce un interesse generale per tutta la società.
Le norme vigenti invece, si occupano essenzialmente di divieti.
Dimostrare che c’è una relazione diretta tra contenuti televisivi e comportamenti non è cosa facile, e quindi noi pensiamo di condurre la ricerca anche avvalendoci di esperti e istituti particolarmente qualificati.
Lo studio, infatti, dovrebbe analizzare, in un’ottica multidisciplinare, la programmazione delle principali emittenti nazionali, diffuse dalle varie piattaforme trasmissive - grazie al monitoraggio, svolto dall’Autorità 24 ore su 24,- con l’obiettivo finale di redigere un “Libro bianco” sugli effetti della programmazione televisiva nei confronti dei bambini e sulla qualità della televisione, da mettere a disposizione, di tutti coloro, in primis il Parlamento, che hanno responsabilità in materia di tutela dei minori.
Corrado Calabrò
[1] Raccomandazione del Parlamento e del Consiglio del 20 dicembre 2006 relativa alla tutela dei minori e della dignità umana e al diritto di rettifica relativamente alla competitività dell’industria europea dei servizi audiovisivi e d’informazione in linea.
[2] Articolo 10 della legge 3 maggio 2004, n. 112
[3] Articoli 34 e 35 del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177
[4] Videogioco per tutti (+3); videogioco per maggiori di 7 anni (+7); videogioco per maggiori di 12 anni (+12); videogioco per maggiori di 16 anni (+16) videogioco per maggiori di 18 anni (+18).
[5] Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 dicembre 2006 relativa alla tutela dei minori e della dignità umana e al diritto di rettifica relativamente alla competitività dell’industria europea dei servizi audiovisivi e d’informazione in linea.
[6] Rapporto del Dipartimento Junior del Movimento Difesa del Cittadino “Baby Consumers e nuove tecnologie”.
[7] Art. 5, co. 4, della delibera n. 418/07/CONS del 2 agosto 2007 recante disposizioni in materia di trasparenza della bolletta telefonica, sbarramento selettivo di chiamata e tutela dell’utenza.
[8] Delibera n. 26/08/CIR del 14 maggio 2008.
[9] L’art. 35 del Testo unico della radiotelevisione prevede una sanzione amministrativa da 25.000 a 350.000 euro e, nei casi più gravi la sospensione della concessione o dell’autorizzazione per un periodo da uno a dieci giorni. Non è ammesso il beneficio dell’oblazione e i termini per le giustificazioni da parte degli interessati sono ridotti a 15 giorni
[10] Atto di indirizzo sul rispetto dei diritti fondamentali della persona e sul divieto di trasmissioni che presentano scene pornografiche adottato con delibera n. 23/07/CONS del 22 febbraio 2007.
[11] Atto di indirizzo sulle corrette modalità di rappresentazione dei procedimenti giudiziari nelle trasmissioni radiotelevisive, adottato con delibera n. 13/08/CSP del 31 gennaio 2008.
[12] Delibera n. 18/08/CSP del 31 gennaio 2008
[13] Delibera n. 19/08/CSP del 31 gennaio 2008
[14] Delibera n. 129/07/CSP del 18 luglio 2007
[15] Delibera n. 128/06/CSP del 28 giugno 2006